#DigitalCoffee è la nuova rubrica pensata per offrire uno spazio (virtuale) ai protagonisti della nuova digital economy, dai singoli professionisti all’universo di aziende e startup. Un format di brevi chiacchierate pensato per essere sintetico – il tempo di un caffè, magari lungo – che vuole affrontare i grandi temi dell’innovazione insieme a manager, esperti, makers. Perché nessuno meglio degli innovatori può raccontare l’innovazione che ci aspetta.

#DigitalCoffee è un esperimento sul nostro blog, ed ospiterà chiunque abbia voglia di chiacchierare con noi dei temi più disparati, dal lavoro alle nuove tecnologie. Il format è aperto a tutti, come al tavolino di un bar. Non ci sarà una data fissa di uscita, ma ci sarà una nuova puntata appena nascerà una nuova discussione interessante per i temi della digital economy.

In questa nuova puntata: Chiara Loreti, Communication Specialist di Datalytics, prende un caffè con Simone Demelas, Strategic Advisor in BizPlace Holding.

Simone, il tuo profilo LinkedIn dice di te: Strategic Advisor in BizPlace Holding. Da sempre attivissimo nel mondo delle startup innovative come mentore, insegnante e fondatore. Dal 2015 Facilitatore di Startup Weekend per conto di Techstars e dal 2018, in quanto Facilitatore Certificato in Design Sprint, ti occupi anche di Corporate Innovation. Laureato in Scienze Matematiche Fisiche e Naturali presso l’Università degli Studi di Sassari, hai poi conseguito una specializzazione in Geographic Information Systems and Satellite Remote Sensing a Roma Tre. Chi è Simone Demelas e come è arrivato – professionalmente e umanamente – a questa nostra chiacchierata virtuale?

Chi è Simone Demelas? Iniziamo con un salto indietro nel tempo. Nel 1997, quando ho sostenuto l’esame di maturità – in quel periodo si sapeva poco di internet e non si era mai sentito parlare di startup – alla classica domanda cosa farai dopo il liceo? ho risposto io voglio avere un’azienda in ambito digitale. E mentre ogni altro giovane studente con queste ambizioni avrebbe scelto di studiare ingegneria informatica, io ho scelto un percorso decisamente poco tradizionale e lineare, ma che mi ha portato ad acquisire tantissime conoscenze trasversali e ad essere la persona che sono adesso.

Dopo la laurea, ho approcciato l’utilizzo dei GIS (Geographic Information System) da autodidatta. Si tratta di software utilizzati non solo in biologia, ma in tantissimi campi tra cui il geomarketing: ti consentono di traslare i numeri organizzati su un foglio excel direttamente su una mappa. Inizio da utilizzatore in ambito biologico e, dopo un periodo negli USA, decido di trasformarlo in una professione iscrivendomi ad un master post-laurea a Roma, a compimento del quale riprendo finalmente il mio progetto personale

In quel periodo, frequentavo uno spazio di coworking di un acceleratore a Roma, grazie al quale sono entrato per la prima volta nell’ecosistema delle startup. Nella primavera del 2014, quello stesso acceleratore apre la call for ideas ed io decido di partecipare con quello che all’epoca era il mio co-founder. Il programma era Working Capital di Telecom Italia e il mio progetto proponeva i primi studi di fattibilità sull’uso della realtà aumentata.

ARMNet Augmented Reality Management Network LOGO

Ecco quindi come è nato il tuo progetto sull’Augmented Reality, ti va di raccontarci come è andata?

Siamo entrati nel programma con ARMNet e dopo circa un anno Telecom decide di fare un investimento nella nostra azienda acquisendo il 14,5% del capitale sociale. Tuttavia, come avviene nel 99% dei casi, le startup muoiono entro 3 anni. Era un fattore che avevamo messo in conto fin dall’inizio e questa consapevolezza ci ha permesso di godere di questa esperienza e conservarne un takeaway altamente formativo. Il problema principale è stato il mercato: non era ancora pronto per questo tipo di tecnologie, non sentiva ancora determinati bisogni. In pratica ci siamo trovati con il prodotto giusto al momento sbagliato. È come se avessi proposto l’idea dell’Iphone 40 anni fa, riesci a pensarci? Ad ogni modo, questo progetto mi ha consentito di entrare a 360° nell’ecosistema italiano delle startup e ha dato una svolta alla mia carriera. 

I 20 principali motivi per cui le startup falliscono

Hai da poco iniziato una nuova esperienza lavorativa in BizPlace. Devo dire che le immagini che si trovano sul web sono un vero colpo d’occhio: siete un team di giovanissimi! Che ci dici di questa esperienza?

Dallo scorso settembre sono Strategic Advisor in BizPlace, una società meravigliosa composta da ragazzi molto in gamba che aiutano e supportano startup e PMI innovative nelle fasi di fundraising. Loro si sono trovati con l’idea giusta e le skills giuste al momento giusto e devo dire che ne stanno raccogliendo i meritati frutti. Io personalmente li aiuto nella selezione dei progetti, oppure coinvolgo spontaneamente iniziative dall’esterno quando, in qualità di Advisor e Mentor, ne riconosco un valore degno di nota.

Il team di giovani di BizPlace Holding

Parlaci del lato oscuro, del concetto di fallimento. Hai mai avuto a che fare con un apparente fallimento che si è trasformato in qualcosa di molto più grande? 

Partiamo da questa considerazione: nella lingua italiana il termine fallimento ha un significato esclusivamente negativo, mentre nella lingua anglosassone questo concetto è associato ad uno stop, una fail che è molto più vicino a un fault. Insomma, gli inglesi considerano il fallimento una caduta più che una sconfitta definitiva e dalle cadute ci si rialza imparando a non inciampare la volta successiva.

Bisogna avere un approccio più “spartano”, soprattutto con le proprie idee imprenditoriali. Gli spartani facevano rotolare i bambini dalla rupe per capire se fossero abbastanza forti e sarebbero stati dei bravi guerrieri. Allo stesso modo, devi “far rotolare” le tue idee e le tue convinzioni per capire quanto e se sono valide. L’accanimento terapeutico non ha senso e nel momento in cui tiri quella linea di separazione tra quello che è stato e quello che sarà, riesci a trasformare una percezione negativa in qualcosa di formativo. Mi metto in prima persona in gioco e ti dico che il mio progetto personale non andato a buon fine mi ha permesso, come ti ho raccontato, di realizzare qualcosa di migliore per me.

Dati tutti i tuoi anni di esperienza, cosa consiglieresti ad un giovane che vuole lanciare dal nulla la sua startup? Quali sono i primissimi step da compiere? 

Abbiamo tutti il vizio di pensare che la nostra idea sia la migliore, prima di dirlo contiamo fino a 1000 e nel frattempo andiamo a vedere cosa c’è in giro per il mondo. Quando pensiamo che la nostra proposta sia la svolta di cui l’universo aveva bisogno, stiamo facendo due errori. Il primo è non cercare bene. Il secondo è non considerare che – se non è mai stato fatto nulla del genere – probabilmente non c’è un reale bisogno di quel servizio. Quindi, la prima cosa da fare è studiare. La seconda, è immaginare la propria idea come un castello di carte e chiedere a chiunque di soffiarci sopra per vedere se crolla, costruendolo di volta in volta in maniera più solida. Il terzo consiglio è non avere paura di parlare, di esporsi, di dire la propria anche se si è una voce fuori dal coro. 

Il processo di creazione di una startup

Recentemente ho letto contenuti che classificano l’aspetto della comunicazione (soprattutto digitale) come tra i principali driver di successo di una startup innovativa, sei d’accordo? Quanto conta l’idea, il messaggio veicolato, rispetto all’intensità e modalità di divulgazione?

Si dice che l’idea valga il 5%. Il restante 95% è esecuzione. Ma attenzione perché, soprattutto nell’ecosistema italiano, si tende a fare tanto storytelling e spesso si abusa di enfasi. Bisogna ponderare ed equilibrare, ma soprattutto anche in questo caso è una questione di tempismo. Da una parte c’è il rischio di fornire dettagli eccessivi in una fase ancora troppo acerba del progetto, dall’altra il rischio di non comunicare quando invece sarebbe necessario, focalizzandosi troppo sul prodotto e poco sul valore che apporterebbe al consumatore. Gran parte della comunicazione consiste nell’educare il cliente sulle motivazioni di utilizzo di quel prodotto o di fruizione di quel servizio. Non c’è miglior cliente – che tu sia un’azienda operante nel B2B o nel B2C – di un cliente educato direttamente da te. 

Il Covid è stato senza dubbio un avvenimento spartiacque dal punto di vista dell’innovazione, dimostrando quanto le tecnologie digitali siano state strategiche nella gestione dell’emergenza. Quanto ritieni che influiranno la flessibilità, la capacità di adattamento e il potenziale innovativo delle startup nella ripresa e il rilancio dell’economia italiana?

Qualunque valore ti dica è sempre troppo poco. Le startup e le PMI innovative rappresentano il 90% del tessuto imprenditoriale italiano e di conseguenza hanno l’onere e l’onore di ribaltare la fase di recessione che stiamo vivendo. Siamo tutti dei surfisti con le tavole in mare. Finora abbiamo dovuto affrontare delle onde che ci hanno catapultato a largo, adesso stanno arrivando onde belle grandi da cavalcare e certe realtà imprenditoriali devono tenersi pronte più di altre.

Grazie Simone, ci ritroviamo nel digitale!

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