#DigitalCoffee è la nuova rubrica pensata per offrire uno spazio (virtuale) ai protagonisti della nuova digital economy, dai singoli professionisti all’universo di aziende e startup. Un format di brevi chiacchierate pensato per essere sintetico – il tempo di un caffè, magari lungo – che vuole affrontare i grandi temi dell’innovazione insieme a manager, esperti, makers. Perché nessuno meglio degli innovatori può raccontare l’innovazione che ci aspetta.

#DigitalCoffee è un esperimento sul nostro blog, ed ospiterà chiunque abbia voglia di chiacchierare con noi dei temi più disparati, dal lavoro alle nuove tecnologie. Il format è aperto a tutti, come al tavolino di un bar. Non ci sarà una data fissa di uscita, ma ci sarà una nuova puntata appena nascerà una nuova discussione interessante per i temi della digital economy.

In questa prima puntata: Mauro Vecchio, Chief Marketing Officer di Datalytics, prende un caffè con Filippo Poletti, Digital Product Manager di Fiera Milano Media.

Filippo, il tuo profilo LinkedIn dice di te: Digital Product Manager di Fiera Milano Media e Freelance Editor del blog dedicato al lavoro del Fatto Quotidiano. Chi è Filippo Poletti e come è arrivato a questa nostra chiacchierata in versione digitale…

Sono un comunicatore e opero, oggi, al fianco delle aziende. A partire dagli anni Novanta ho avuto la possibilità di lavorare per diversi media: cito sempre l’esperienza fatta nella cronaca di alcune testate nazionali e locali, perché è grazie a questo lavoro appassionante che mi sono messo alla prova con il racconto delle persone e sulle persone. Oggi si parla di storytelling, lo sappiamo bene tutti noi che, come ricordate, ci siamo confrontati, tante volte, con i partecipanti della Social Media Week di Roma: tutto questo affonda le radici in secoli di racconto, fatto anche attraverso i media. Aggiungo un ulteriore elemento. Hai citato LinkedIn: a questo social media sono molto grato, perché, frequentandolo quotidianamente, ho potuto conoscere migliaia di straordinari professionisti italiani e di altri Paesi.

Già, com’è nata la tua presenza su LinkedIn, dove oggi figuri tra coloro che generano più traffico sui temi del lavoro?

Mi sono iscritto a LinkedIn nel 2009. Allora mi era chiaro che il cv europeo, introdotto nel 1999, non era più sufficiente per presentarsi al mondo del lavoro. Bisognava fare rete e, soprattutto, essere in rete. Ancora oggi, a distanza di più di un decennio dall’iscrizione a questo social media, mi riconosco nella sua filosofia. Occorre conoscersi e condividere. Dico di più: ai tempi del coronavirus o ci si unisce o ci si unisce. Vedete voi un’altra possibilità? Cerco di fare tutto ciò su LinkedIn, in azienda e anche attraverso il portale Rassegnalavoro che, assieme ad alcuni professionisti, ho lanciato nel mese di maggio: parla di lavoro, appunto, ed è dedicato a HR manager e comunicatori. All’interno è possibile trovare indicazioni su come comunicare in azienda, anzitutto al proprio interno, spunti sul personal branding e sulle app da scaricare per efficientare il proprio operato. Rassegnalavoro è una piattaforma digitale aperta, che vuole raccogliere, dalla rete, idee e rilanciare contenuti.

C’è un tuo tweet in data 8 maggio che dice: “ripartiamo mettendo al centro le persone. Dopo l’Internet of Things è tempo di IoP, Intranet of People”. Ci spieghi meglio questo concetto, che è poi alla base del tuo nuovo libro?

Il nuovo coronavirus ha inaugurato un nuovo mondo anche nel lavoro. Per ragioni sanitarie ci siamo separati. È tempo, oggi, di riunire, grazie alla rete, le forze, l’impegno e la passione. È “tempo di “IoP: Intranet of People”, intesa come comunicazione digitale all’interno della nostra azienda e istituzione. Dobbiamo parlarci in “famiglia”, coltivando anzitutto la comunicazione interna.

Dalla tua esperienza, c’è un esempio di comunicazione interna vincente ai tempi del COVID-19? Una best practice, ecco…

“Tempo di IoP” presenta tanti esempi concreti. Nel libro si parte dal caso di “Confartigianato Bergamo”, che ha saputo unire le forze per costruire un ospedale da campo nella stessa Bergamo. È il 23 marzo alle ore 16:30: il presidente di Confartigianato, Giacinto Giambellini, invia un’email agli artigiani. “Abbiamo bisogno di voi per costruire un ospedale da campo”, dice rivolgendosi a cartongessisti, montatori, sigillatori e imbianchini. Il 23 marzo alle ore 17:30, in via Lunga a Bergamo, si presentano 20 volontari. Il 24 marzo i volontari diventano centinaia e centinaia. Il resto è storia: il 7 aprile i primi pazienti entrano nell’ospedale da campo. Facciamo i conti: tra il 23 marzo e il 7 aprile, cioè in 15 giorni, accade un vero e proprio miracolo, viene costruito l’ospedale da campo di Bergamo. Tutto parte dalla comunicazione interna, dalla forza dell’“IoP”.

Ma come si fa secondo te comunicazione interna? Quali sono i must have, anzi i must do…

La “intranet of people” è una casa con 5 fondamenta: l’unità per il bene comune, il dialogo tra le persone, la formazione continua, il benessere o welfare dei collaboratori e, infine, la sostenibilità intesa come l’adesione ai principi dell’economia circolare. Le piattaforme e gli strumenti con cui fare comunicazione interna sono diversi: dalla intranet alle classiche email, da WhatsApp ai social media. Può essere utile un social media come Telegram, grazie al quale possiamo creare un canale visibile ai nostri collaboratori. Non dimentichiamoci, da ultimo, che la comunicazione è condivisione di ciò che si fa in azienda attraverso lo storytelling e, allo stesso tempo, la messa a disposizione di tutti gli strumenti di lavoro. Formulo una domanda: nella nostra intranet sono presenti i link ai “tool” utili? C’è il link al cedolino e ai servizi indispensabili in azienda? C’è il link all’area formazione? Ci sono tutte le informazioni di servizio?

Durante il lockdown da pandemia è emerso con insistenza il tema smart working, che potrebbe davvero portare ad un ripensamento epocale del lavoro d’ufficio. E’ recente la decisione di Twitter in ottica smart working per sempre. E’ uno scenario fattibile in Italia?

A Twitter ci sono arrivati: smart working a tempo indeterminato, per sempre. L’ha annunciato, appunto, il CEO Jack Dorsey ai dipendenti a metà maggio. Ben 1.000, in totale, i dollari preventivati per dotare i collaboratori di tutti gli strumenti necessari. Smart working sì, dunque, a patto che si digitalizzino i processi lavorativi con investimenti mirati. Fattibile in Italia? Certo che sì. Prendiamo un esempio concreto: alla Nestlé, nelle sedi di Perugia e Assago, è stato introdotto nel 2019 lo smart working anche per tutti i giorni della settimana. Perché – ha spiegato Giacomo Piantoni, direttore hr della multinazionale, a Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci sul Sole 24 Ore – “si viene valutati in base alla performance e non alla presenza in ufficio. Il badge c’è solo per sapere se fisicamente si è in sede, per problemi legati alla sicurezza: non facciamo più il controllo dei cartellini in entrata e uscita. Alla base c’è un rapporto di fiducia e di responsabilizzazione”. Facciamo i conti: grazie al lavoro agile in Nestlé le assenze sono diminuite. Parliamo di un win-win: rispondere ai bisogni dei collaboratori significa generare un valore superiore a quello economico. Ancora qualche numero: se la maggior parte delle aziende italiane adottassero lo smart working, si registrerebbe un incremento di produttività pari a 13,7 miliardi di euro. Lo ha calcolato l’Osservatorio del Politecnico di Milano: le imprese avrebbero collaboratori più efficienti (+15% secondo le stime) e arriverebbero a ridurre i costi fissi dovuti alle strutture.

Quanto “pesa” oggi lo smart working nelle aziende italiane?

Come ho raccontato su LinkedIn, è stato calcolato che in Italia 12,8 milioni di lavoratori potrebbero fare lo smart working. Lo ha spiegato Domenico De Masi, sociologo fondatore nel 1991 di Sit, Società Italiana Telelavoro. Secondo il professore emerito di sociologia del lavoro presso la Sapienza di Roma, su 23 milioni di lavoratori in Italia, 16 milioni svolgono lavori intellettuali: 8 su 10 di questi potrebbero lavorare da casa con grandi vantaggi per gli stessi professionisti, che potrebbero così gestire i loro tempi di vita e lavoro, coniugandoli al meglio.

Domanda alla Marzullo: Hai un sogno per questo libro?

Il sogno è che, grazie alla lettura di “Tempo di IoP: Intranet of People” , la comunicazione interna delle nostre aziende e istituzioni metta al centro le persone. People first, dunque. Buon “tempo di IoP”, il tempo della comunicazione aziendale con al centro le persone, con la loro forza, la loro passione e il loro impegno.

Filippo, grazie per questo caffè insieme. Ci ritroviamo nel digitale

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