Digital Economy News è la rubrica dedicata alle novità in ambito tecnologia, social media e business digitale. A cura degli editor di Datalytics, Digital Economy News vuole offrire al lettore una panoramica sugli eventi più importanti dell’ultima settimana trascorsa, con un focus specifico sulle aziende fortemente digitalizzate. In questa nuova puntata di Digital Economy News troviamo:

  • PayPal apre ai Bitcoin
  • UE, stretta sulle piattaforme online
  • USA vs Google
  • FAPAV e il lockdown dei pirati
  • I social media festeggiano 4 miliardi di utenti

PayPal, ora gli acquisti in Bitcoin

PayPal apre al mercato delle criptovalute. Il gigante americano dei pagamenti online ha annunciato che darà ai propri clienti la possibilità di effettuare acquisti in Bitcoin, Ethereum e Litecoin dall’inizio del prossimo anno. L’obiettivo dichiarato da PayPal è quello di incoraggiare l’uso globale delle monete virtuali e preparare i propri software al possibile sviluppo di criptovalute da parte delle banche centrali. La notizia ha fatto decollare il valore di Bitcoin, che ha raggiunto il proprio massimo da 13 mesi a 12.854 dollari.

“Stiamo lavorando con le banche centrali e con tutte le forme di valute digitali”, ha detto Dan Schulman, presidente e amministratore delegato della società, “pensiamo che PayPal possa giocare un ruolo centrale in questo mercato”. La società, che ha sede a San Jose, California, ha 346 milioni di conti attivi in tutto il mondo e solo nel secondo trimestre del 2020 ha elaborato transazioni per oltre 22 miliardi di dollari.

I pagamenti in criptovalute su PayPal saranno regolati con monete fiat, come il Dollaro americano e l’Euro. Questo per fare in modo che i commercianti continuino a ricevere i pagamenti in valuta tradizionale anche dai clienti che decideranno di acquistare beni in moneta virtuale. 

UE, nuove regole per i servizi digitali e le piattaforme online

Il Parlamento europeo ha chiesto nuove regole per i servizi digitali, comprese le piattaforme e i mercati online, oltre che un nuovo meccanismo effettivamente vincolante per contrastare i contenuti illeciti. I deputati del Vecchio Continente hanno così approvato due relazioni d’iniziativa legislativa, in cui chiedono alla Commissione Europea di risolvere le attuali lacune normative sull’ambiente online, all’interno del pacchetto noto come Digital Services Act (DSA) che verrà presentato a fine anno.


Le attuali norme sui servizi digitali sono rimaste invariate dall’adozione della direttiva e-commerce di oltre 20 anni fa. Con il DSA, l’Unione Europea intende regolamentare l’economia digitale e definire delle norme a livello mondiale. Tutti i fornitori di servizi digitali operanti da paesi terzi saranno così tenuti a rispettare le norme sui servizi digitali, ovviamente perché si rivolgono a consumatori all’interno dell’area UE.


I deputati chiedono di istituire un meccanismo di “notifica e azione” vincolante, affinché gli utenti possano notificare agli intermediari contenuti o attività potenzialmente illeciti. Ciò aiuterà gli intermediari a reagire rapidamente ed essere più trasparenti in relazione alle azioni adottate nei confronti di contenuti potenzialmente illeciti. Gli utenti devono poter presentare ricorso tramite un organismo nazionale di risoluzione delle controversie, si legge nel testo. Il Parlamento chiede che venga fatta una precisa distinzione tra contenuto illecito e contenuto nocivo (il regime di responsabilità giuridica dovrebbe riguardare il “contenuto illecito”, solo secondo quanto definito dal diritto comunitario o nazionale).

Le piattaforme dovrebbero evitare di introdurre filtri sui contenuti caricati o alcuna forma di controllo dei contenuti ex ante, per i contenuti nocivi o illeciti. La decisione finale sulla natura lecita o meno dei contenuti dovrebbe essere presa da un organo giuridico indipendente e non da aziende private. I contenuti nocivi, l’incitamento all’odio e la disinformazione dovrebbero essere contrastati attraverso un obbligo di maggiore trasparenza e grazie all’alfabetizzazione mediatica e digitale.
Il Parlamento afferma che il principio che “ciò che è illegale offline lo è anche online”, così come la protezione dei consumatori e la sicurezza degli utenti, dovrebbero diventare i principi guida della normativa sui servizi digitali. I servizi e le piattaforme di intermediazione online devono migliorare la loro capacità di individuare e rimuovere le dichiarazioni false e contrastare gli operatori commerciali disonesti, ad esempio chi vende falsi dispositivi medici o prodotti pericolosi, come accaduto durante la pandemia di COVID-19.


I deputati chiedono anche l’introduzione di un nuovo principio “conosci il tuo cliente” (Know Your Business Customer), che prevede che le piattaforme controllino e blocchino le società fraudolente che utilizzano i loro servizi per vendere prodotti e contenuti illegali e non sicuri. Inoltre, devono essere presentate delle norme specifiche per prevenire i fallimenti del mercato (anziché limitarsi a porvi rimedio) causati dalle grandi piattaforme, al fine di aprire i mercati a nuovi attori, tra cui PMI e start-up.

USA, scontro con Google su search e advertising

Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato una causa contro Google, in un lungo ricorso che si concentra sul presunto monopolio dell’azienda di Mountain View in tema di ricerca web e di mercato degli annunci pubblicitari. Una mossa che potrebbe avere serie ripercussioni anche in Europa, ma soprattutto verso altri giganti della Silicon Valley. Stando al DoJ, gli Stati Uniti hanno attualmente solo tre motori di ricerca “generalisti”, ovvero Google, Bing e Duck Duck Go. Questo perché il quarto player del settore, Yahoo!, si limita a proporre i risultati di ricerca forniti da Bing. I punti che emergono sono così sintetizzabili:

  • Google controlla direttamente o indirettamente circa l’80% delle ricerche web che vengono svolte negli States.
  • La situazione sarebbe particolarmente preoccupante nel settore mobile, dove gli utenti tendono a non cambiare il motore di ricerca proposto di default dal sistema
  • Sempre nel settore mobile, Google implementa una politica con i produttori per cui “lega” la scelta del proprio motore di ricerca alle app necessarie per rendere appetibile il sistema (come i Play Services che rendono accessibile il Play Store).

I comportamenti anticoncorrenziali elencati nell’atto comprendono:

  • la distribuzione del motore di ricerca sui dispositivi Android (attraverso varie politiche di accordo con i produttori),
  • l’accordo (pluriennale) con Apple per essere proposto come motore di ricerca di default su Safari,
  • gli accordi con i browser “minori” per essere proposto come motore di ricerca di default
  • e le politiche per controllare la prossima generazione degli strumenti di ricerca

Il Colosso di Mountain View ha reagito all’azione legale con un comunicato, diffuso il 20 ottobre, in cui si afferma che il ricorso del Dipartimento di Giustizia è profondamente sbagliato e che non aiuterà i consumatori ma anzi li danneggerà. Google, nel comunicato, insiste sul fatto che i soggetti che si rivolgono a Google per i loro annunci pubblicitari sul web lo fanno per libera scelta e non perché costretti. L’azienda poi afferma che l’azione non farà altro che falsare il mercato, consentendo a motori di ricerca concorrenti, e di minor qualità, di ottenere rendite di posizione immotivate.

L’azienda poi evidenzia l’errore di prospettiva del Dipartimento di Giustizia, che secondo Google non ha ben compreso come gli americani utilizzano Internet nel 2020. Secondo l’azienda di Mountain View, infatti, Google non compete unicamente con gli altri motori di ricerca “generalisti”, ma soprattutto con gli strumenti specifici (ad. Esempio Kayak ed Expedia per i voli, Amazon per gli acquisti, etc.) e, in questo senso, la posizione dell’azienda non può essere considerata di monopolio.

FAPAV: il lockdown ha favorito i pirati

“Dopo il lockdown: Ripartire insieme dalla legalità”: questo il titolo dell’importante evento online dal carattere istituzionale e internazionale organizzato nel pomeriggio di lunedì 19 Ottobre dalla FAPAV – Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali in collaborazione con MIA – Mercato Internazionale Audiovisivo.

Il neo Presidente di AGCOM, Giacomo Lasorella, in una delle sue prime uscite ufficiali, ha aperto i lavori evidenziando quanto il Regolamento per la Tutela del Diritto d’Autore rappresenti oggi lo strumento cardine cui fare riferimento per contrastare ogni forma di diffusione illecita di contenuti audiovisivi. Come best practice riconosciuta a livello internazionale, il Regolamento AGCOM ha la necessità di essere accompagnato da uno sviluppo sempre maggiore dell’offerta legale di contenuti, questo per educare il grande pubblico del web a rimanere nella legalità e non rischiare loro stessi di vedere violate le proprie identità digitali, con gravi ripercussioni in termini di privacy e di informazioni e dati sensibili.

Il ruolo centrale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, è stato fortemente ribadito in termini di contrasto alla pirateria online da Federico Bagnoli Rossi, Segretario Generale FAPAV, che nel suo intervento ha disegnato un quadro piuttosto preoccupante: l’incidenza della pirateria sull’industria audiovisiva nel 2019 è stata pari al 37%, con 96,2 milioni di fruizioni perdute, un danno stimato per il settore di 591 milioni, una perdita stimata di posti di lavoro pari a 5900 unità e un danno al Sistema Paese quantificato in 1,1 miliardi di euro. Il periodo di lockdown a causa della pandemia ha fatto registrare una crescita del fenomeno illecito, portando l’incidenza della pirateria al 40% contro il 37% di tutto il 2019. È cresciuto anche l’utilizzo delle IPTV Pirata, dal 10% del 2019 si è passati al 19% nel bimestre “nero” del 2020. Vale la pena ricordare che durante il periodo di quarantena un italiano su due ha dedicato molto più tempo alla fruizione di contenuti audiovisivi e si stima che sia cresciuto dell’8% il numero di abbonati a piattaforme legali.

Il contrasto al fenomeno della pirateria, come rimarcato anche dagli interventi del Procuratore Capo Massimo Lia e dal Sostituto Procuratore Laura Collini, entrambi appartenenti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gorizia, che hanno illustrato la recente operazione “Evil Web”, passa attraverso strumenti di repressione efficaci e soprattutto tempestivi, questo perché è ritenuto prioritario andare a ridurre la tempistica che intercorre tra la disposizione inibitoria legata al sequestro decisa dal GIP e l’effettiva chiusura dei siti illeciti, per evitare di lasciare spazio di manovra ai pirati di spostarsi su altre piattaforme.

Siamo 4 miliardi di utenti social

We Are Social ha condiviso il nuovo report stilato insieme a Hootsuite sulla vita digitale: più di 4 miliardi di persone nel mondo usano i social ogni mese e circa 2 milioni di nuovi utenti si iscrivono ogni giorno. Il mondo sta passando sempre più tempo sui social: su queste piattaforme si trascorre circa il 15% del tempo da svegli.

Le persone che nell’ultimo anno hanno iniziato a usare i social sono 450 milioni, con una crescita di oltre il 12%. Tra luglio e settembre 2020 oltre 180 milioni di nuove persone si sono affacciate al mondo social rispetto ai tre mesi precedenti. Ciò si traduce in una crescita di quasi 2 milioni di utenti al giorno.


La mole di tempo trascorso su internet è aumentata in modo significativo durante il 2020, anche a causa delle nuove abitudini di fruizione degli utenti durante l’emergenza sanitaria. Gli ultimi dati di GlobalWebIndex mostrano che l’utente web tipico ha trascorso quasi 7 ore al giorno usando I device connessi tra aprile e giugno di quest’anno. In questo scenario i social occupano circa un terzo del tempo connesso, con le persone che ora trascorrono circa 2 ore e mezzo ogni giorno sulle piattaforme social. In totale dunque il mondo al momento trascorre oltre dieci miliardi di ore ogni giorno usando i social, oltre un milione di anni nell’esistenza umana.

Tutte le piattaforme hanno registrato una crescita negli ultimi mesi. Tra queste, Instagram è quella che ha fatto meglio (anche meglio di Facebook) con un cospicuo numero di nuovi utenti tra luglio e settembre. Il pubblico è cresciuto di oltre 76 milioni negli ultimi 3 mesi, arrivando a un totale di 1,16 miliardi di persone fino a inizio ottobre 2020.
L’audience di Facebook è cresciuto “solo” di 45 milioni nello stesso periodo, anche se gli utenti continuano a essere quasi il doppio di quelli di Instagram (2,14 miliardi).

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