#ChangeYourMind è la nuova rubrica mensile pensata per riflettere, cambiare prospettiva e trovare la giusta motivazione. Trattiamo insieme tematiche legate al mondo del lavoro cercando di vederle da un altro punto di vista, criticarle nel senso più puro del termine, insomma ci mettiamo in discussione. Senza troppi limiti e confini, usiamo questo spazio per migliorare la vita dei lavoratori, affrontando dubbi, indecisioni, luoghi comuni, imposizioni della società e tutto quello che ci impedisce di prendere il meglio dalla nostra professionalità

Per il primo appuntamento di #ChangeYourMind ragioniamo su uno degli argomenti più discussi dello scorso anno: lo Smart Working. Di questo tema si è parlato (e straparlato) a lungo. C’è chi si è confrontato con questa modalità lavorativa per la prima volta, chi ne ha semplicemente aumentato la percentuale durante la settimana, chi ha avuto bisogno di tempo per abituarsi e chi non tornerebbe più indietro. In definitiva, il lavoro da remoto è sulla bocca di tutti e, ad oggi, sembrano emergere solo le conseguenze positive che questo cambiamento ha procurato alla società. 

Fin dai primi mesi del 2020, un approccio più flessibile allo svolgimento delle attività lavorative è stato la condizione necessaria – più che una valida alternativa – per il sostentamento della nostra economia. Questo ci ha portati a considerare anche tutti quei risvolti collaterali che costituiscono ulteriori elementi di positività, quali il corretto bilanciamento tra lavoro e vita privata, l’incidenza sull’ecosistema ambientale e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia, la domanda è: ci siamo mai fermati a riflettere sul valore psicologico del Lavoro Agile?

In questo articolo andiamo ad analizzare 3 fattori derivanti dal fenomeno Smart Working che incidono quotidianamente sul nostro equilibrio personale. Questa rassegna vuole promuovere un’analisi più oggettiva della realtà lavorativa che stiamo vivendo, in modo tale da poter scegliere consapevolmente – quando saremo liberi di poterlo fare – la soluzione più adatta a noi e alla nostra attività.

Work-life blend

il valore psicologico dello Smart Working: work-life blend

Ormai si sente costantemente parlare del concetto di work-life balance, ossia quell’equilibrio idilliaco e perfetto tra lavoro e tempo libero. Il tema è stato storicamente collegato alla pratica dello Smart Working, dal momento che questa modalità dovrebbe permettere ai dipendenti di lavorare per obiettivi e non a ore, risparmiare tempo altrimenti utilizzato per raggiungere l’ufficio e ritagliarsi momenti di qualità per famiglia, sport e hobby

Questo aspetto è evidentemente connesso al progresso tecnologico, ossia a tutte quelle iniziative che rivoluzionano costantemente il modo di svolgere la prestazione lavorativa e assottigliano la linea di separazione tra vita professionale e vita privata. Tale elemento nasconde il lato oscuro del lavoro flessibile: i mezzi che dovrebbero consentire una gestione più sana del proprio tempo – come i dispositivi mobili e i tool digitali – sono gli stessi che potenzialmente potrebbero condurre l’intera orchestra al collasso.

In sostanza, il nostro essere sempre connessi può far svanire tutti i sogni di una vita consapevole e equilibrata, facendoci affogare nel cosiddetto work-life blendQuesta espressione indica quanto il perseguimento dell’equilibrio tra lavoro e tempo libero si stia gradualmente trasformando in un loro accorpamento. Stiamo dunque assistendo ad una progressiva transizione verso un modello di organizzazione del lavoro in cui vita professionale e vita privata, invece di essere ben distinte e singolarmente valorizzate, si fondono e si sovrappongono l’un l’altra.

Technostress

il valore psicologico dello Smart Working: technostress

Dalla riflessione sullo status “always on”, ossia la condizione per cui tutti siamo perennemente connessi e reperibili, nascono il concetto di Technostress e il cosiddetto diritto alla disconnessione. Con quest’ultimo termine si intende il diritto del lavoratore a non utilizzare tutte quelle tecnologie che ne consentono la costante reperibilità, senza alcuna ripercussione sulla retribuzione e/o sulla continuità del rapporto di lavoro. Più precisamente, si tratta del diritto di “essere online” in modo selettivo, tutelando i professionisti da un impegno fisico e mentale senza sosta. 

La dura verità è che, per quanto da molti punti di vista sia stato favorevole, vivere in un’era dominata dalla tecnologia ci rende soggetti ad un caos perenne e milioni di stimoli eccessivi, invadenti e incontrollabili. Il contesto diventa ancora più estremo, e talvolta insostenibile, quando l’intera giornata lavorativa ruota esclusivamente intorno agli strumenti digitali.

Dal 2007, il Technostress è stato definito, a seguito di una sentenza del Tribunale di Torino, come una vera e propria malattia professionale derivante da una sovraesposizione alle tecnologie mobili e digitali. In poche parole, il Technostress comporta una diminuzione della qualità della vita e si manifesta soprattutto in una diminuzione della produttività sul lavoro. Più nello specifico, l’individuo può accusare una lunga serie di “reazioni” al Technostress che si verificano rispettivamente su più livelli:

  • Soggettivo: manifestazione di ansia, rabbia, depressione, stanchezza, frustrazione, senso di colpa, irritabilità, tristezza, depressione, attacchi di panico;
  • Comportamentale: quando si verificano disfunzioni nelle abitudini alimentari, eccessiva assunzione di alcool e droghe, difficoltà di linguaggio, intolleranza verso i familiari, tendenza all’isolamento, incapacità di agire sul posto di lavoro;
  • Cognitivo: possono sorgere difficoltà nello svolgimento dei compiti e nel prendere decisioni, diminuzione della concentrazione, difficoltà nel lavoro di squadra, lievi amnesie, distorsioni e incomprensioni di situazioni; 
  • Fisiologico: quando sopraggiungono conseguenze quali ipertensione, emicrania, difficoltà respiratorie, vertigini, mal di testa, formicolio agli arti, dolori alla schiena e al petto, disturbi del sonno, stanchezza cronica.

Socialità

il valore psicologico dello Smart Working: solitudine

Un altro fattore da considerare quando si parla di Smart Working è l’aspetto sociale. Infatti, il prezzo pagato per la flessibilità lavorativa sembra essere in gran parte connesso proprio al problema della solitudine. Ad oggi, i contributi e le evidenze disponibili in letteratura sono spesso in contrasto tra loro. Ad esempio, alcune ricerche portano alla luce un legame tra la solitudine di un’attività prevalentemente svolta a livello individuale e il sovraccarico lavorativo. Altri studi, invece, suggeriscono che gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione siano in grado di prevenire l’esaurimento dei rapporti tra colleghi, consentendo di mantenerne alta l’intensità e la qualità.

Un’interessante ricerca ha evidenziato come la soddisfazione dei dipendenti cresca proporzionalmente all’aumentare delle ore di lavoro fuori dai locali aziendali, ma fino a un livello specifico: oltre le 15 ore settimanali la relazione cambia di segno. Pertanto, superata una certa soglia, i benefici offerti dalla discrezionale scelta dei tempi e dei luoghi in cui svolgere le proprie mansioni sembra non essere in grado di compensare l’isolamento e la mancanza di interazioni fisiche ed empatiche con i colleghi.

Ovviamente, la riflessione perde di significato se la si declina in senso stretto al momento storico che stiamo vivendo, dove il distanziamento sociale viene imposto come mezzo per prevenire il contagio. Lo scopo di questo articolo è stimolare una riflessione più generale sul valore autentico che lo Smart Working ha per qualsiasi professionista, a prescindere dal ruolo e dal settore, e sugli effetti che potrebbe procurare se adottato nel lungo periodo senza un’oggettiva valutazione ex ante di tutti i rischi.

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